Come una ‘scrittura spaziale’

come una scrittura 'spaziale'

Ho scoperto una ‘scrittura spaziale’ – ho detto a mio marito il giorno in cui semplicemente ho scoperto il ‘mondo dei blog’.

Perché una scrittura che passa di bocca in bocca, e nella fattispecie di blog in blog, e che è capace di creare dal nulla una comunità di ‘scrittori’ e ‘lettori’ animati dalla voglia di scambiare esperienze, per me è una ‘scrittura spaziale’.

Una scrittura cioè capace di creare uno ‘spazio’, un luogo preciso dove incontrarsi e darsi un appuntamento a patto di un comune interesse. Ad esempio il cibo.

Ecco proprio questo tipo di scrittura, pur esprimendosi nella dimensione illimitata del web, ha la speciale caratteristica di non perdersi nel mare magnum di tutti i possibili ‘scriventi’, che la sovrappopolano, ma al contrario ne definisce i ruoli e la fisionomia fino a qualificarne addirittura un’identità, in alcuni casi forse non troppo precisa, ma in altri assolutamente si. Ad esempio quella di un food blogger.

come una scrittura spaziale

L’identità del food blogger

L’estate era torrida e la compagnia rumorosa di due operai che ricostruivano il mio bagno, nel bel mezzo dei calcinacci di quello precedentemente distrutto, era insopportabile. Io, però, non ci facevo caso perché da qualche giorno, in modo del tutto inconsapevole, ero entrata senza chiavi, né tanto meno suonando a un campanello, nel mondo di una food blogger il cui invito alla lettura era diventato più forte del canto di una sirena. Ecco.

Così nella banale pratica di leggere le sue storie, mi sono ritrovata a diventare la lettrice di quella scrittura, ‘spaziale’ appunto, che ha avuto la forza, proprio come una scrittura originaria, di portarmi ‘fuori’ dalla mia quotidianità e fin dentro quella di un altro e, poi, fin dentro una comunità vera e propria dai confini ‘spaziali’ ben precisi in cui uno ‘scrittore’ e un ‘lettore’ addirittura dialogano. Così ho pensato che ‘dovevo’ pensarne qualcosa, per capire qualcosa in più. Magari il senso.

come una scrittura spaziale

Pensavo fosse ‘casalinghitudine’ e invece…

Quando di questa comunità ho cominciato a far parte anche io, non più solo come lettrice delle storie degli altri ma come autrice delle mie ‘ricette&vicende’, ho cercato di scoprire le ragioni del bisogno e del fascino dell’esperienza del raccontarsi, semplicemente per capire in cosa il blog mi stesse trasformando.

All’inizio pensavo si trattasse semplicemente di ‘casalinghitudine’: e cioè di quella più semplice nostalgia della dimensione domestica forse perduta o forse, oggi, meno praticata di ieri. E invece no.

Il cibo, infatti, in un food blog di qualunque qualità non è solo la manifestazione di una semplice ‘esperienza’ privata della quotidianità, o argomento di scambio tra una blogger e l’altra (la mia ricetta invece della tua), quanto piuttosto ‘l’elemento narrativo’ di un linguaggio complesso e articolato in cui più forme di espressione concorrono, tutte insieme, a creare una storia. Forse un racconto. Addirittura un’opera aperta: in continuo divenire.

In un lavoro redazionale tutto sarebbe frutto di un nutrito gruppo di lavoro, meno che in questo caso in cui l’artefice è un singolo poliedrico ‘personaggio’. Ecco questo è un food blogger e proprio questa è la sua professionalità.

“Ti sei ficcato proprio in un bel ginepraio!”

Chi pensa di misurare la professionalità di un food blogger con la professionalità di uno chef o quella di un fotografo è già fuori strada, o forse no. Forse entra nel ‘ginepraio’ dei luoghi più comuni – come diceva la mia cara professoressa di italiano del liceo: “Ti sei ficcato proprio in un bel ginepraio!”

Cibo e fotografia per un food blogger non sono soltanto la meta da raggiungere e perfezionare, quanto piuttosto i ‘mezzi’ di espressione per entrare in un ambito di lavoro particolare, che non è quello di uno chef né tanto meno quello di un fotografo. Forse è un ambito editoriale. Forse questa è la sua professionalità.

Si ‘può’ chiamare lavoro editoriale

Perché scegliere un tema, come argomento, e ricercare e produrre più contenuti intorno questo; quindi testare l’intenzione e la credibilità di un messaggio in particolare attraverso una qualità di espressione e una credibilità necessaria; mettere a punto un linguaggio scritto coerentemente ad un altro per immagini, post produrre queste ultime e riorganizzarle nella narrazione complessiva e grafica di un articolo, che in un blog si chiama post; pubblicare e indicizzare i contenuti al fine di diffonderli meglio, è un lavoro editoriale.

“Lettere al direttore”

“Scrivi lettere al direttore” mi diceva Peppino, il fidanzato di zia Lidia. Gli raccontavo che da grande mi sarebbe piaciuto ‘scrivere’ e lui mi spiegava che nei giornali esisteva una pagina in cui i lettori potevano diventare addirittura ‘scrittori’.

La rubrica esisteva e, in effetti, si chiamava ‘Lettere al direttore’ perché proprio il Direttore, nella sua ‘Pregiatissima e Illustrissima’ persona, aveva il diritto di scegliere quale lettera, a lui indirizzata, pubblicare. Il lettore prescelto sarebbe diventato ‘scrittore per un giorno’, finché non avesse catturato l’attenzione di quel ‘mecenate’ del Direttore che poteva farne addirittura uno ‘scrittore di tutti i giorni’. Ad esempio un giornalista.

Ecco ai miei tempi ci voleva proprio un ‘direttore’ e tanta speranza che lui, e solo lui, ti pubblicasse. Oggi no.

Oggi ad esempio la ‘scrittura spaziale’ si edita da sola: si produce e auto produce senza un controllo dall’alto. E’ una scrittura che si emancipa così tanto da rendere chi la usa, forse uno scrittore o forse no, ma sicuramente un autore libero, e cioè non condizionabile. Forse qualcuno l’ha pure notato.

come una scrittura spaziale

Forse ‘qualcuno’ lo ha notato.

E se forse qualcuno l’ha notato è stata una certa ‘industria’.

Questa non solo ha colto il potenziale espressivo del nuovo linguaggio, ma ha cominciato a ingaggiare i blogger, come i nuovi autori di nuove opportunità di lavoro, ma forse ha frainteso proprio quest’ultimo: il concetto di lavoro.

Ché usare un blogger solo come anonima ‘manovalanza’, in una funzione più operaia che creativa, è come tornare a chiedergli di scrivere “Lettere al direttore”, in cambio di una pubblicazione. Ecco, nulla di nuovo.

Questa ‘industria’ forse, o chi per lei, allora ha colto il potenziale virale del nuovo linguaggio e la qualità di chi sa farne uso, ma in alcuni casi ne fraintende la professionalità quando si aspetta che dall’altra parte ci sia qualcuno pronto, sull’attenti, a procedere ‘su ordinazione’ stretta e fiscale, qualunque sia la richiesta, anche quella dell’ultimo minuto.

Blogger-‘ismo’: alzi la mano chi ci capisce qualcosa.

C’è da dire che nel bel mezzo di difficoltà d’inquadramento di così tanto bloggerismo aitante e disponibile, c’è tutto un giornalismo illuminato che forse invece ha veramente colto la novità e la qualità di lavoro di questa ‘scrittura’. E che forse vorrebbe addirittura parlarne bene e fare delle differenze, se non fosse che, ogni tanto, nell’incensarlo fa delle gaffe.

La prima. Ce n’è una, banale e ricorrente, ad esempio quando, forse per non sbagliare o forse per cautela, si esprime un ‘giudizio di qualità’ su un blog, piuttosto che un altro, ricorrendo ai grandi numeri. Ecco. Quando questo succede, è come se si rinunciasse alla responsabilità di una valutazione. Tanto ci sono i numeri.

Ecco i numeri: ovviamente sono un dato di fatto, descrivono di certo la curva alta di un ‘fenomeno’ indiscutibile, ma sarebbe il caso di prenderli in considerazione solo se si è interessati a fare un’informazione fine a se stessa.

Non è che i numeri siano sempre un indicatore di qualità e chi li interpreta come tali, semplicemente rinuncia alla responsabilità di individuare altro. Di fare differenze.

Ma ce n’è anche un’altra, di gaffe. La seconda.

In genere rischia di farla chi è di ampie vedute. Forse perché invece che nella ‘matematica’, individua la qualità nella ‘geografia’: “Complimenti il tuo blog è bello come un blog straniero”.

La visione d’Oltralpe, in alcuni casi, è così: ampia e orba insieme. E’ il sottile intellettualismo di chi guarda ‘oltre’, e sempre altrove, e non vede sotto il proprio naso. Cose che capitano se il punto di vista, quello di partenza, è sempre e solo la geografia ‘al di là’ da noi, che invece siamo qua.

“Complimenti il tuo blog è bello perché è vero”

Ed eccone un’altra. Se la qualità non è nei numeri e nella geografia, sicuramente è nell’epifania della ‘Verità’. La terza gaffe.

Sembrerebbe un’opinione ‘nobile’ quasi quasi di natura esistenziale: “Leggo il tuo blog e ti dirò chi sei”. Un’idea ‘cartesiana’ che un po’ imbarazza e un po’ paralizza quando penso di essere solo ciò che scrivo. E tutto quello che ometto?

Ecco. Come se la comunicazione di un blogger debba essere frutto di una rivelazione divina, la manifestazione autonoma di una ‘Verità’ che dice tutto, anche quello che il suo autore tace.

Tutti i blog aprono al web un pezzetto di verità personale, ma il modo di rimandare a questa avviene sempre attraverso un filtro di auto rappresentazione, una ‘costruzione’ a monte, una modalità di ricomposizione e artificio dei contenuti il cui fine non è sempre una verità da confessare, ma anche e solo il piacere del racconto. Non è una brutta cosa. Non è ipocrisia, anche se si chiama ‘finzione narrativa’.

Il bello di un blog è proprio in questa ‘arte’, che sarebbe una delle verità, eventualmente, più bella da riconoscere. Magari. Proprio urga un complimento, sarebbe bello prenderlo in considerazione.

come una scrittura spaziale

L’arte del racconto

Così quando io, Marco, Barbara, Rossella, Daniela, Andrea, Rossella, Giulia e Tommaso, ci siamo incontrati i primi giorni di settembre, non abbiamo parlato di cibo né di fotografia ché non ce n’era molto bisogno, visto che il buon cibo e foto estemporanee ci hanno accompagnato come l’estensione naturale ormai di un modo di essere e comunicare di cui non è possibile fare a meno.

Il confronto con persone così appassionate e concrete allo stesso tempo, piuttosto mi ha portato a pensare che per ognuna di noi, dopo tanti anni, il bello di questa avventura sia tutta nell’aver imparato a ‘scrivere’, attraverso tutti i ‘mezzi’ linguistici possibili, e a gestire un proprio ‘spazio’ in modo consapevole , a dispetto dei numeri, della geografia e della ‘verità’ che alcuni forse si aspettano.

Molti lo chiamano food writing perché l’inglese è sempre meglio dell’italiano, ma per me è e resterà sempre il bello di una ‘scrittura spaziale’, il cui autore è quasi sempre un singolo dalle molteplici attitudini. Ad esempio un blogger.

Ricetta dei pici fatti in casa da Giulia

pici

Ingredienti (per due):

  • 160 gr di farina 0
  • 40 gr di farina di segale
  • 100 ml di acqua 
  • olio evo qb

Procedimento: 

  • In una ciotola capiente impastare farine e acqua all’inizio con una forchetta. 
  • Non appena l’impasto avrà cominciato a rapprendersi passare sulla spianatoia.
  • Lavorare con le mani finché l’impasto non risulterà liscio e umido.
  • Lasciar riposare (tempo minimo di riposo 30′).
  • Stendere l’impasto con un matterello allo spessore di 1 cm circa. 
  • Ungere la superficie dell’impasto e con una rotella taglia pizza ricavare delle strisce da stendere ulteriormente con i palmi delle mani sulla spianatoia pulita fino allo spessore ideale.    
  • Ripassare ogni picio ottenuto in una ciotolina con della farina di segale e arrotolarlo attorno il palmo della mano come in piccoli nidi. Tendere ulteriormente l’elasticità di questi ultimi prima di adagiarli su un tagliere. 
  • Cuocere in acqua bollente, con un filo d’olio perché la pasta non si attacchi. 
  • Scolare dall’acqua non appena i pici torneranno in superficie. 
  • Condire secondo il proprio gusto o con le bricciole e aglione, come tradizione toscana vuole. 

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17 thoughts on “Come una ‘scrittura spaziale’

  • Come l’hai descritto bene, le espressioni e le parole messe nei punti giusti a raccontare questo fenomeno di cui, consciamente o inconsciamente, facciamo parte. Esponendoci in questo spazio virtuale, chi un po’ di più, chi un po’ di meno. Ma comunque in un modo differente, tutti, uno per uno.

    • Ciao Serena, benvenuta!Questo post è nato in realtà dal desiderio di riflettere su un’avventura che per me è nata esattamente sei anni fa. In quel tempo le blogger che provavano a riflettere sul fenomeno, che le vedeva protagoniste, erano molte e io, in quel periodo, trovavo molto utile seguire il confronto che si intavolava sui blog di ognuna. Non sono mai riuscita però in questi sei anni a tirare le somme su quello che questa esperienza è diventata per me, forse perché tutto è cominciato a cambiare molto velocemente. Delle volte ho la sensazione che si faccia un gran parlare di food e di blogger in generale, ma sempre ‘alla lontana’ e mai dall’interno. Tutti insomma ne parlano, ma senza essere direttamente coinvolti come se le food blogger fossero un fenomeno da inquadrare dall’esterno. Ecco e allora ho pensato che se questo è vero, tanto vale cominciare a farlo: e cioè prendere la parola a prescindere, visto che la generazione delle ‘lettere al direttore’ è superata. Fortuna nostra!Sono felice ti sia ritrovata in tutto quello che ho scritto: in realtà avevo bisogno non solo bisogno di condividere la mia visione, ma soprattutto di saperla condivisa!Grazie!

    • Chiara bella, sono felice di sapere che ci sei e non preoccuparti di dover commentare che la forza di questi spazi e di queste relazioni ‘spaziali’ è proprio nella loro gratuità 🙂 Ti abbraccio forte forte!

  • Quelle fotografie! Tra l’albero della Luce e quei pici, io davvero non so scegliere. Allora mettendole al calduccio sul cuore, sorseggio le tue parole lentamente.
    Felice lunedì dolce Laura…a te, alle infinite e bellissime te!

    • Rebecka, quando ho visto i tuoi pici, mentre cercavo il tempo di pubblicare ‘i miei’ che ‘miei’ neanche sono da come avrai capito 🙂 ho avuto la certezza che siamo allineate sempre di testa e di pancia!Un abbraccio e complimenti per le tue foto che credimi portano la tua firma e che riconosco sempre!

      • Che cosa bella che mi hai scritto Laura. Mi hai fatto venire i lacrimoni! Me le tengo strette queste parole, che fanno bene al cuore. Me le tengo strette per tutte quelle volte in qui sarò scoraggiata e avrò bisogno di una buona parola che mi faccia credere che posso fare cose belle.

  • Letto. Con attenzione. Ci vorrebbe un post (o un blog) per rispondere.

    Sei riuscita a condensare concetti molto interessanti per una che ha aperto per caso un blog e che continua ad alimentarlo con la consapevolezza di cui scrivi, ma ancora con molte domande aperte.
    All’accostamento alle “Lettere al direttore” è straordinario. Rende bene l’idea anche di uno strappo culturale-generazionale, che a volte viene tralasciato.

    Sulla casalinghitudine e la nostalgia, in cui a volte ci releghiamo, ci penso sempre più e forse è solo una nostra (di donne) necessità di affrontare il piccolo dei “nuovi tempi”. Anche mamme, nonne, zie si son trovate ad affrontare il loro mondo nuovo. E noi abbiamo, forse, deciso solo di dargli una rappresentazione pubblicità, vera, filtrata, visibile. Abbiamo buttato giù un muro o un velo…forse.

    E food writing, sì è inglese. Ma in italiano cose tradurlo veramente? Scrittura sul o del cibo?
    Giusto l’altra sera mi sono appuntata in rosso una traduzione tutta mia. Food writing mi va stretto in ogni lingua, ora. Ora come ora preferisco “scrittura con il cibo”, perché il cibo è diventato più una compagnia che il protagonista unico di quello che scrivo.

    • Mamma mia Rossella, sapessi che darei per leggere il tuo post-blog a riguardo!Posso aspettarlo magari anche con una spruzzatina di pop art?;-) Ma devo confessarti che il mio risentimento per l’inglese in realtà è solo un autogoal (mea culpa) se penso che il non averlo studiato mi fa sentire delle volte un pesce fuor d’acqua. Ad ogni modo l’espressione ‘scrittura con il cibo’ mi piace… forse potremmo sostituirla con ‘a proposito di cibo’ o vedere dove ci porteranno le nuove tendenze 😉 Aspetto il tuo post!

  • In una mattina in cui il corpo fa le bizze, in cui mi obbliga a non abbandonare il letto, prendo fiato, mi concedo un pausa (forzata) e leggo con piacere il tuo post, di cui condivido ogni parola. Chi persegue la qualità e cerca di migliorarsi avrà sempre soddisfazione. Un abbraccio

    • Ciao Simona, mi fa piacere sapere che ho riempito un momento di riposo forzato 🙂 Delle volte mi piace immaginare il luogo preciso in cui, chi legge abitualmente, legge anche me. E oltre al luogo, quale momento è quello che, chi legge, si concede per leggere anche me… che in fondo non sono nessuno per meritare tanta attenzione.Fatto sta che il fatto che questo avvenga mi piace! 🙂
      Sono felice ti sia piaciuto quello che ho scritto e che anche tu ti sia riconosciuta in gran parte delle cose che a me capita di percepire.Nel frattempo spero tu ti sia rimessa in salute e di rivederti da queste parti!

  • Tempo fa, per accompagnare una mia crostata, raccontai di come le food blogger fossero per me il nuovo baluardo delle suffraggette: loro con quel modo tutto nuovo di reinventare la “casalinghitudine” e trasformarla in una forma d’arte. Loro, con l’affrancamento da uno stereotipo, vecchio e obsoleto, di donna ai fornelli, che si nobilita invece divenedo di volta in volta scrittrice, fotografa, cuoca. E in quel post chiudevo con tanta ammirazione per questo nuovo modello femminile.
    Alla stessa maniera posso dire di apprezzare molto la “scrittura spaziale”, quando vera e sincera, dei blog: è una forma di condivisione che pur navigando in queste acque senza orizzonti del web, riesce ad arrivare al cuore, alla testa, ai vissuti di chi legge. Ma è una scrittura che richiede attenzione, dedizione e un pizzico di serietà. Ed è scrittura sapiente, che sa accompagnarsi a immagini e ricette e con esse intrecciarsi e impastarsi in un unico plot. Per questo però non è cosa da tutti. E non me ne rammarico, già che ci sono immischiata anch’io, chè rimanere da questa parte, dalla parte dei fruitori cioè, è altrettanto stimolante…

    • Che poi a me quello stereotipo ‘ vecchio e obsoleto’ di ‘donna ai fornelli’ piaceva di più: perché definiva un ruolo preciso e concreto di madre e moglie che oggi è ostentato nella stessa misura in cui non si riesce ad assolverlo come si vorrebbe. In fondo i blog raccontano e tradiscono anche questa nostalgia… altrimenti non sarebbero il rifugio di una bellezza perduta. 🙂

  • Laura, (ti leggo da un po’, mi premetto di darti del tu), penso che con l’elenco delle gaffe più comuni, “a contrario” , tu abbia narrato le molte facce delle food blogger che “postano” con amore: non badano ai numeri, guardano i blogger d’oltralpe come colleghi, non come mostri sacri da imitare, e narrano storie ( con cibo, parole, ricordi, foto, video) non scrivono un diario segreto.
    Brava.

    • Ciao Enrica, si è vero in effetti c’è una ‘rilettura del contrario’ in questo post 🙂 e mi fa piacere che tu abbia colto anche senza conoscermi lo spirito con cui parlavo delle solite gaffe 🙂 Molte di queste, rivelano una difficoltà di ‘messa a fuoco’ di tanto bloggerismo, che molti ‘pensano’ di aver inquadrato… chissà poi se è vero? 🙂

    • Ilaria grazie 🙂 mi fa piacere quello che dici, fatti da te i complimenti sulle foto rischio di montarmi la testa 😀 Ma sappi che anche i tuoi ‘campi di fragole’ sono emozionanti come le loro penombre e i mobili seganti dal tempo!Un abbraccio!

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