Stanza n.20

Tiropita

Di questi tempi tutti dicono a tutti di tutto: tutto quello che si deve fare, tutto quello che non si deve fare. E per tutto il tempo la tuttologia di chiunque è ovunque, meno che in casa mia perché in casa mia ci sono io e basta. 

Veramente ci sarebbero pure un marito, un cane e un gatto che fortunatamente non se ne vanno in giro o in treno e in qualunque dove che non sia qui e con me.  

Di questi tempi i pensieri sono claudicanti come le cronache alla tv e anche come certi ricordi oggi più ‘familiari’ di altri.

Chieti, 1996 

“Ci sono ragazze che in queste stanze del collegio hanno sofferto di claustrofobia e se succederà anche a lei troveremo un’altra soluzione”.

‘Lei’ ero io a ventuno anni d’età, entravo per la prima volta in due metri per due che “non sono una punizione, ti serviranno a preoccuparti solo di studiare” mi disse con tono ‘rassicurante’ mio padre. 

Ma in effetti la preoccupazione non era lo studio, la preoccupazione ero io nella condizione, ‘poco prudente’ per i miei, del ritrovarmi finalmente ‘fuori casa’ e soprattutto ‘fuori controllo’. 

E fortunatamente fuori casa e fuori controllo mi sono ritrovata ‘a vivere e a delinquere’ anche se lo spazio a disposizione era poco. 

Per una strana apologia del due, si trattava veramente di due metri per due: forse per mio padre non era una punizione, ma in effetti viverci dentro non era neanche uno scherzo. La stanza era la n. 20: 

“Chi è passato di lì ha resistito massimo due settimane” mi dicevano le mie nuove compagne preoccupate che io me ne andassi così come ero arrivata. Ma il problema di resistere non si è mai posto e infatti proprio in quella stanza lì, due anni sono volati via così: come le cose belle, troppo velocemente.

“Solitudine, moltitudine. Chi non sa popolare la sua solitudine, non sa nemmeno essere solo in una folla indaffarata” – ai tempi erano queste le cose che mi piaceva leggere.

In questo caso si trattava de “I piccoli poemetti in prosa”: un titolo che tradotto alla lettera in italiano rende poco rispetto al francese “Spleen de Paris”. 

Di quei tempi e di quelle letture ricordo ancora a memoria alcune frasi che sembravano dedicate a me, e solo a me, anche se chi le aveva scritte era vissuto a Parigi nel 1855 e conoscerci era impossibile.

Ma in effetti e per uno strano caso, che Freud avrebbe dichiarato poco casuale e molto inconscio, le mie letture preferite avevano tutte a che fare con me e la stanza n.20: si trattava per lo più di storie di reclusione e sanatori, tutte con l’inaspettato risvolto dell’avventura e dell’evasione più insperata, anche se i personaggi non erano eroi ma uomini e basta.

Roma, 2020

Di questi tempi la sveglia non suona più, ma io mi alzo lo stesso. Leggo sempre cose che mi piacciono tanto, soprattutto per distrarmi dal rigurgito di tutte le cose che sono stata costretta a sentire finora: 

“E’ tutta colpa dei cinesi, che mangiano i topi vivi” – Veramente i cinesi non c’entrano niente e poi di questi topi… io non so che dire. 

Succedeva tutto solo quindici giorni fa: le metro affollate e pestilenziali sempre, non hanno risentito molto dell’arrivo dell’ultimo batterio di turno. E così siamo andati avanti per un po’: un po’ ignari, un po’ abituati a ciò che di peggio c’era già. Ad esempio la puzza dell’asfalto e di metallo a Roma c’è sempre stata e solo di recente, si era preso a considerare anche quella della spazzatura: un richiamo irresistibile è stata soprattutto per tanti di quei famosi topi che i cinesi “mangerebbero addirittura vivi” se non fosse che su quest’ultima cosa “io non so cosa dire” – ho risposto qualche giorno fa in classe.

In realtà tutto è cominciato così, non con un’epidemia ma con un nuovo capro espiatorio: i cinesi, appunto, e chiunque fosse asiatico in genere per provenienza o banale sembianza. 

Casoli, 1988

“Ma tu sei una cinesa” – mi chiese un giorno il professore di musica in terza media. Diceva ‘oppuramente’ al posto di ‘oppure’ e aveva qualche problema nella concordanza degli aggettivi per genere e numero. Quello che ricordo è che si chiamava Paride, ma non gli chiesi mai se ‘per colpa’ del nome fosse greco. 

I miei occhi invece avevano un vago taglio orientale, quindi tutto poteva essere allora e come oggi: ‘cinesa’ e infetta, in un attimo è la stessa cosa.  

Spiego in classe che la paura non rende prudenti, ma solo razzisti. Per fortuna dopo qualche giorno la ‘colpa’ se la prende un tedesco e non se ne parla più. Niente più da dire contro i cinesi e su quella parte di mondo che ‘non siamo noi’ e non ci riguarda. 

Arriva l’ultima settimana di lavoro, quello che non è ancora ‘lavoro a distanza’: i ragazzi e le persone attorno a me non sono più razziste finalmente. Sono igieniste. 

Spiego i Sepolcri in classe mentre una fastidiosa amuchina, più costosa dei nostri cellulari, gira di mano in mano. E’ diventato un bene di lusso dicono, quasi un farmaco salva vita e noi che la usiamo sembriamo già tutti malati se non fosse che poi suona la ricreazione e la merenda di scambio tra i ragazzi corrompe ogni fobia di igiene: si scambiano le merende, e mani nelle mani, si abbracciano, si stringono, si baciano perché a quell’età sei immortale e della peste parlano solo Boccaccio e Manzoni.

Ecco Manzoni, lui ad esempio ci aveva visto bene ad ambientare tutto in Lombardia. 

Anche se di questi tempi la Lombardia non è più la Lombardia, è la zona rossa. Fino a ieri avevo sentito di un’Italia cromata a striscie: rosse e arancioni. Ma questo è già passato remoto: una fuga di notizie insieme a una fuga di Longobardi, e siamo diventati tutti rossi, pure io che sto chiusa in casa, con un marito, un cane e un gatto. 

Ecco cosa si dice di questi tempi. Mi piacerebbe raccontarlo a mio nonno sulla panchina di ferro fuori il portone di casa e schiena al muro, ma so già che lui mi direbbe una di quelle frasi che dicono tutto e dicono niente, come: “Noi abbiamo avuto le bombe, voi i parassiti e a ognuno il suo”.

Ma secondo me le bombe e i parassiti c’entrano poco. La colpa, è della gente. Perché quando di questi tempi dicono alla tv “State a casa”, la gente capisce che per stare a casa deve prima uscire e affollare i supermercati. E’ una guerra persa caro nonno, come la vostra con le bombe.

Veramente per necessità, e una volta sola, anche io mi sono ritrovata al supermercato, ma era vuoto di persone e di cose che avrei voluto comprare.

Potevo andarmene e invece un’interesse sociologico mi ha spinto verso la pasta fillo che nessuno ha voluto. Avranno pensato tutti agli involtini primavera? E cioè che è cinese pure la pasta fillo? 

In frigo la ricotta di Michele non manca mai e la bieta è nell’orto, insieme ai cavoli e ai finocchi: “Ci saranno abbastanza tiropite al formaggio per ognuno di noi e per i prossimi giorni” – penso, e con generosità la compro io questa grande esclusa della pasta fillo. 

Ecco di questi tempi i pensieri sono questi: faticosamente al passo con le notizie dell’ultima ora. Sulla necessità di rimanere in casa siamo tutti d’accordo ma poi ognuno fa come vuole e dice la sua, come mio padre che al telefono usa il suo incipit di sempre: “Non è una punizione ma…” e il resto varia a seconda della situazione che cambia. 

E meglio di mio padre dice chi ora addirittura osanna i cinesi e li porta in pianta di mano come esempio, dacché da untori presunti sono diventati addirittura domatori del contagio: “… che se eravamo cinesi pure noi, eravamo costretti in casa dalle autorità competenti” e invece no. Noi siamo italiani, “un popolo bizzarro” avrebbero detto mio nonno Osvaldo e Winston Churchill. 

Stanza n.20, 2020

“Mi parli del ‘Signor nessuno’?” – ho chiesto questa mattina a Ginevra.   

Nessuno di noi era in classe, ma ognuno a casa propria: qualcuno ancora assonnato e dentro camerette in disordine e piene di libri e schemi sparsi attaccati fin sopra le pareti.

Si parlava de “La banalità del male” una delle letture che questo putiferio ha interrotto per un po’, prima che una ‘didattica a distanza’ facesse ripartire l’ingranaggio della scuola ‘al di fuori della scuola’.

Ci serviva un luogo dove incontrarci e siamo diventati la stanza n.20:  non ci è mancato il piacere della normalità e pur avendo a disposizione neanche due metri quadri, oggi eravamo tutti presenti all’appello fortunatamente per vivere e delinquere anche se lo spazio a disposizione era poco.     

cucina con vista

portrait con bieta

orto

bieta texture

tiropite alla bieta

tiropite

Ricetta della tiropita greca

Ingredienti : 

  • 21 fogli di pasta fillo
  • olio di cocco qb (eventualmente sostituibile con del burro fuso)
  • 170 gr di bieta lessa già strizzata
  • 80 gr fi feta
  • 180 gr di ricotta di pecora
  • 1 uovo intero + un tuorlo per spennellare
  • 2 cucchiai di parmigiano grattugiato 
  • 1 cucchiaio di menta fresca tritata al coltello
  • Semi di sesamo qb

Procedimento per il ripieno:

  • Tritare al coltello la bieta precedentemente lessata e strizzata 
  • Aggiungere in una ciotola la bieta, la feta, la ricotta, un uovo intero, il parmigiano e la menta fresca. Se necessario aggiustare di sale, in base al proprio gusto personale. 
  • Distendere un foglio di pasta fillo e spennellarvi sopra olio di cocco aggiungere su di esso un altro foglio di pasta fillo e spennellare nuovamente l’olio di cocco. Sovrapporre un altro foglio di pasta fillo (i fogli da sovrapporre uno sull’altro saranno tre, quelli da ungere due.)
  • A questo punto procedere con la farcia, dopo aver riempito un sai a poche con il ripieno. 
  • Distribuire sulla pasta fillo (nel senso della lunghezza) una ‘linea’ di impasto e arrotolare due volte, poi con un coltello affilato tagliate in due. Quello che ricaverete sarà un primo ‘cannellone’, dall’impasto avanzato ne caverete un altro. 
  • A questo punto si riparte sovrapponendo altri tre fogli di pasta dopo averne unti due. 
  • Anche in questo caso ciò che si ricava saranno due cannelloni per volta.
  • Ripetere questa operazione fino ad esaurimento
  • Collocate i cannelloni (tiropite) in una teglia foderata di carta forno.
  • Spennellate con un tuorlo la superficie di ogni cannellone 
  • Aggiungere semi di sesamo 
  • Infornare a 180 °C per 15-20 minuti.     

tiropita in progres

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3 thoughts on “Stanza n.20

  • Aspettami Lauré..
    torno domani…
    <3
    Manù..
    (figlia di una mezza siciliana, sorella di un presunto bambino venuto russo, con i capelli rossi, troppo diversa io per essere la vera figlia di mia madre… ) 😉

  • ”Qual è il cognome mi scusi?”
    ”Bonanno” rispondeva mia mamma … e tutti a guardarla di sbiecho e ad allontanarsi un pochino….
    Bonanno, Sicilia, Sicilia, Mafia… Ha sempre funzionato così.. Quella funzione aritmetica chiamata proporzione, non è mai cambiata… e di conseguenza la discriminazione e la fatica per far(si) accettare…
    ”Di chi sei la figlia tu?”
    ”Della Marinella!, La nipote di Bonanno” … Perché la genetica si porta dietro anche in maniera indiretta ed io, che di cognome faccio Lupi, dovevo sempre passare da lì…. da quella proporzione che aveva sempre caratterizzato mia madre…
    ”Ma sei sicura?” .. mi guardavo un po’ strano…
    ”Si” ..mi guardavano ancora più strano…
    Non le assomigliavo per nulla… Avevo, cioè ho, la pelle chiara, i capelli rossi e assomigliavo più ad una bimba del Nord Europa, piuttosto che ad una bambina con sangue mediterraneo, considerando il fatto che avevo davanti, in senso di figliolanza, d’età, mia sorella Elisabetta che invece, era, anzi è, la fotocopia di mia mamma, anche nei colori….
    Quando poi è nato mio fratello, la questione è ulteriormente peggiorata, perché il principino era, biondo, biondissimo e con gli occhi azzurri, quindi non solo NON poteva essere il figlio della Marinella, ma non poteva essere proprio Italiano… Mio fratello è nato nell’ ’89 e, qualche anno dopo successe il bruttissimo fatto dello scoppio della centrale nucleare di Chernobill e quindi l’arrivo di un sacco di bambini in Italia ed anche nel mio piccolo paese.. Bene.. mio fratello era uno di loro! Mia mamma è così passata da figlia di un mafioso, ad essere mafiosa lei stessa e poi una poco di buono con una figlia di un colore strano e poi una donna con un cuore perché fattasi carico di un bambino più sfortunato…

    Mentre io continuavo ad essere la ”nipote di Bonanno” … che però poco convinceva perché di rosse al sud mica ce ne sono (il fatto che i figli si fanno in due e che magari mio padre poteva avere degli avi in Norvegia, magari vichinghi non lo ha mai considerato nessuno, vabbè)… e mentre tutti mi guardavano strano, nessuno sapeva che, sotto la salopette blu, mio nonno aveva una pelle chiarissima, quasi più della mia, e che temeva il sole quanto un pipistrello! 😉 …

    Già… la paura, l’ignoranza (intesa come non conoscenza) non rende più prudenti, ma razzisti e discriminanti e, tutto quello che sta succedendo, è un po’ come se elevasse alla enne, questo sentimento di estraneità.. tutti ora ci guardiamo di sottecchi, dobbiamo stare distanti, va bene, ma gli sguardi, quelli non mentono e, se da lontano una persona del paese (foss’anche il tuo vicino di casa) ti saluta, nei suoi occhi leggi una diffidenza mista a paura che mi rattrista molto… perché ”l’ abbrutimento è il peggior virus che ci sia”..
    Adesso siamo tutti uniformati, tutti arancioni, ma prima, quando solo la mia provincia era inserita nelle 14 della zona rossa, provavo un senso strano…. Già di norma la provincia di Pesaro Urbino si trova in una specie di limbo, sospesa tra la Romagna, la Toscana, l’Umbria e le Marche che sono la sua regione, confinandola anche solo nel colore diverso, è come se fosse aumentata quella sensazione di alienazione e di estraneità che normalmente un po’ provo…. Abito in una zona di confine, abituata alle contaminazioni che si insinuano nella lingua (il mio dialetto è più romagnolo che marchigiano) nella cucina …. mi sento sempre un po’ ”figlia di nessuno” e noto che quando mi chiedono da dove vengo, ed io rispondo ”sono marchigiana”, mi guardano come mi guardavano da piccola quando dicevo di essere la figlia di mia madre… e mi sento sempre un po’ esclusa .. un po’ come .. la tua pasta fillo, rimasta lì sugli scaffali del super ….

    Ho iniziato ad acquistare le bietole, da quando ho visto la tua foto qualche settimana fa, (cioè in realtà le compro sempre, dal mio spacciatore Daniele.. ognuno al suo ”-ele” 😉 ) con una certa speranza ed una maggior curiosità… perché sapevo che ci stava una vicenda dietro a quelle foglie verdi.. (sai che io mi son fatta cucire un abito in velluto, stile impero di quel verde lì?… dato che son mezza normanna e poco sicula, dovrò pure sfruttarlo il rosso dei capelli, no?), ma non avrei mai immaginato di potermi sentire così vicina ad una pasta fillo!

    Io in questi giorni pratico un sacco … La cosa bella è che, per ridurre la distanza, ma soprattutto per ovviare alle chiusure, un sacco di scuole e centri yoga, nonché insegnanti che io seguo, tengono tantissime lezioni online e quindi ho una scelta mooooolto ampia e posso seguire anche chi, normalmente queste cose non le fa! ed è un aspetto che amo molto… Ho la fortuna di abitare a ridosso di una collina, e dietro casa ho una strada che la costeggia fino in cima ed è praticamente deserta, perché impraticabile se non coi trattori, quindi tutti i giorni esco e mi faccio un piccolo passeggio nel verde, fino in cima e poi scendo (è un bel pezzetto in salita, me farò due polpacci ahahahah!) aguzzando la vista perché sia mai che spunti fuori qualche asparago (finocchietto selvatico ce n’è a iosa!)… Leggo quello che amo di più e che mi rasserena il cuore deviandomi da tutto questo ”tripudio di tromboni” angoscianti… ed aspetto… che lieviti il pane, o l’impasto delle fette biscottate, che la frolla riposi in frigo o i legumi si gonfino …. aspetto … che passi… e che NON ritorni tutto come prima, perché se c’è una cosa che dobbiamo capire è che dobbiamo cambiare qualcosa… TUTTI, come ora che siamo TUTTI uniformati ed arancioni…
    Bene… volevo dirti un sacco di cose in più, ma forse ho scritto anche troppo.. son le 7 e scrivo da un’ora e mezza… ahahah… (altrimenti ti intaso tutto e poi viene un commento più lungo del post!)
    …. vorrei tanto avere un orto anch’io (mio papà lo fa piccolo e divide le cose tra noi, mia sorella e ora pure mio fratello che abita da solo.. perché alla fine.. siamo tutti figli suoi! ahahahah) e mi sa che inizierò con quello estivo da quest’anno sotto casa, così è più alla portata… piccolino che posso curare io piano piano.. facendo magari fare i lavori più pesanti a chi può…

    Ti abbraccio forte, anzi ti arrotolo come la tiropita..
    Scusa il sermone di prima mattina, mano i frati!
    a presto..
    Manù…

    • Manu cara, che bello rispondere ai tuoi generosi commenti!
      E così sei una vichinga tra siculi?A me il cognome di tuo nonno piace tanto, te l’avevo già scritto: perché i solo intendo a modo mio e cioè come ‘buon anno’, un augurio che ad avercelo nel nome mi fa sentire bene!
      Questi maschi -ele nella nostra vita di clienti affezionate promettono benissimo Manù e di più non vado oltre con tutti gli apprezzamenti del caso perché ‘muliera marita sono’!(e leggilo pure alla siciliana che ci sta benissimo!)
      E così questa tenera bietina ti ha messo subito sulle tracce della prossima ricetta, bene sono contenta 😀 vedrai troverai anche la pasta fillo che forse nessuno vuole anche dalle tue parti!
      Mi piacciono le Marche e il tuo essere di frontiera: è stata una delle ultime regioni in cui sono stata prima che ‘lo morbo insano’ ci tingesse tutti d’arancio.
      Riguardo il piacere dell’orto Manù io ti direi che tutti dovrebbero averne uno, anche se tu ci hai degno spacciatore di verdure -ele, perché è proprio un piacere mangiare del proprio e del coltivato con affetto.
      Sai da queste parti il complimento più bello quando pranzi e cene erano ancora condivise con gli amici e parenti, era quello che spettava, di tante cose, all’insalata: perchè Manù se nell’insalata ci metti tutte le erbe spontanee che crescono naturalmente può diventare un piatto buonissimo e questa cosa succedeva sempre!
      Bello accogliere anche te nella stanza n.20!
      Ti abbraccio Manù!

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